Canzone (01) – Strani giorni (Strange days)

Rimango spesso affascinato dalle canzoni che incontro, mi innamoro di una frase, di una melodia di poche note, di un cambio di tonalità.

La prima canzone di cui voglio parlare è:

Strani giorni . Franco Battiato

battiato

“..Sento il suono di un violino 
e mi circondano l’alba 
e il mattino.
Chissà com’erano allora 
il Rio delle Amazzoni
ed Alessandria la grande 
e le preghiere e l’amore?
chissà com’era il colore?..”

Mi soffermo doverosamente ad ammirare il testo di Manlio Sgalambro morto a Catania pochissimi giorni fa.

Il testo è in realtà l’intreccio di due storie apparentemente scollegate.

Da una parte in italiano l’uomo che apre le porte della percezione e si interroga sul senso della sua esistenza, della storia dell’umanità, dell’amore e della guerra. Amo profondamente il pezzo che ho riportato. Sono le mie stesse domande, sono le domande di tutti, la drammatica ricerca di un senso, di una chiave di lettura. Il passato che ritorna ingiallito dal tempo,  i colori perduti, così come i sentimenti dimenticati di uomini vissuti e morti ma esistiti.

Dall’altro lato in inglese una storia qualunque, un uomo (ma io mi immagino una donna visto che la parte cantata è femminile) entra in un’anonimo bar per bere un drink. La storia qualunque di un uomo qualsiasi che la vita ha condotto lì, forse per caso o forse per destino.  Due uomini la/lo osservano da un angolo senza dire niente.

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One comment

  1. Io ho visto soltanto 3 concerti in tutta la mia vita, tutti e 3 proprio di Franco Battiato. Gli piace farli in mezzo ai prati, e questo talvolta causa degli inconvenienti non da poco.
    Ad esempio, al primo dei 3 concerti aveva piovuto a dirotto dalla mattina fino a un’ ora prima dell’ inizio, e quindi per raggiungere il mio posto a sedere dovetti avanzare nel fango che mi arrivava fino alle caviglie.
    Tuttavia, fare i concerti in un contesto agreste ha anche dei lati positivi: ad esempio, al secondo e al terzo concerto eravamo in piena Primavera, e quindi l’ aria era carica di tutti gli odori naturali della terra, sembrava di essere nel giardino dell’ Eden.
    Al primo concerto Battiato fece un’ entrata in scena spettacolare: arrivò in macchina, fece fermare l’ autista a poca distanza dagli ultimi posti a sedere e poi percorse a piedi il tragitto da lì al palco. Anche lui si sarà riempito le scarpe di fango, ora che ci penso.
    Il pubblico fu molto disciplinato: invece di sporgersi in avanti per toccarlo, si alzò in piedi e lo applaudì a scena aperta. Lo facemmo perché avevamo capito il senso profondo di quella scelta: Battiato voleva esprimere vicinanza al suo pubblico non con un sorriso finto, non con un ringraziamento stereotipato, ma con il gesto simbolico di camminare in mezzo a noi. Ci commosse senza bisogno di dire una parola.
    Il terzo concerto fu il più bello in assoluto, perché lui nell’ ultima mezz’ora ci chiamò tutti sotto il palco e fece canzoni a richiesta finché non gli andò via la voce.
    Quella sera stessa capii che non l’avrei più visto in concerto, perché era meglio chiudere così, avevo già toccato l’apice. Buona serata! 🙂

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