Del benessere e della disperazione

rivoluzione

Spinto da alcuni scambi di opinione avuti negli ultimi tempi ho riflettuto un po’ su questa società, sul bisogno di un cambiamento radicale che tutti noi intuiamo e proclamiamo a gran voce e sul perché questi intenti di rivoluzione rimangono solo ombre in una caverna molto platonica.

Parlo di me, così nessuno di sentirà accusato di alcunché.

Nato in Emilia Romagna in una famiglia media non mi è mai mancato nulla, ho avuto da mangiare, ho avuto da vestirmi, ho potuto coltivare le mie passioni, i miei interessi, uscite con gli amici, vacanze estive, scooter, weekend fuori porta, cellulare e sono qui con un tetto sulla testa, a scrivere sul mio portatile ascoltando musica scaricata da internet.

Nonostante questo non sono sordo agli scandali, alla politica, alle ingiustizie ma mi rendo sempre più conto che ormai le subisco passivamente, quasi fosse un male inevitabile. Mi limito forse a lamentarmi, a scandalizzarmi parlandone con un amico, esprimo il mio dissenso su questo blog ma non ho fatto molto di concreto perché le cose cambino. Perché? Perché io, come credo molti altri, ci siamo abituati, fatto un patto di non belligeranza con gli aspetti più marci di questo sistema (italiano ma il discorso vale anche in generale)?

Perché abbiamo più da perdere che da guadagnare e il benessere è un magnifico placebo.

Esco di casa, le aiuole impeccabili, grandi SUV per la strada, le rotonde sono ormai opere d’arte (forse il fatto che siamo sotto elezioni ha un peso in tutto questo). Entro in un centro commerciale, il massimo dilemma è scegliere tra le nuove Nike e le nuove Puma.

Penso che sarei disposto a scendere in piazza, rischiare la vita, mettere in gioco tutto questo per un’alternativa incerta, forse più socialmente ed eticamente accettabile ma non necessariamente migliore (per il mio benessere)?

No non lo farò, e la signora cinquantenne alla guida del suo macchinone tedesco comprato dal marito non lo farà, e il mio amico d’infanzia che erediterà l’azienda di famiglia non lo farà neanche lui. E per questo sono colpevole quasi quanto chi approfitta di questa situazione.

Serve arrivare alla disperazione per cambiare qualcosa?

 

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7 comments

  1. BRAVO! Finalmente qualcuno che fa una critica costruttiva. Leggendo i vari post della nostra ampia comunità di liberi blogger ho notato anche io la stessa cosa cioè che si è tutti pronti a criticare senza nulla proporre e fare.
    Ammettere le nostre viltà è forse il primo passo per avere il coraggio di alzare la testa. Seriamente.

  2. sì, per cambiare serve la forza della disperazione, secondo me.

    credo che tu abbia spiegato nel modo più chiaro perché gli italiani di oggi sono degli inetti.

  3. non servirebbe, secondo me, se il nostro grado di sviluppo etico-sociale fosse almeno sufficiente. come spesso dico, è assai diffusa l’abitudine di occuparsi solo del proprio giardinetto asserendo anche, irritati, che quello del vicino ha l’erba più verde. complimenti per come hai posto e trattato l’argomento.
    buona giornata
    Ludmilla

    1. La limitatezza della nostra visione del mondo che spesso non va oltre le mura della stanza in cui siamo è sconcertante, causa solo invidia, frustrazione e rancore di fondo.
      Un saluto!

  4. Tu dici che non ci ribelliamo perchè sostanzialmente nella nostra società c’è troppo benessere,ma è evidente che in questa società sta crescendo l’ingiustizia sociale e nel prossimo futuro a meno di eventi inattesi,la società peggiorerà ancora…
    È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che il problema non è la caduta ma l’atterraggio.
    Saluti

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