The Village

 

risiko

 

Mi lascia sempre perplesso pensare alla limitatezza della nostra visione del mondo, limitatezza non tanto dovuta all’educazione, o a una certa etica, penso più a una limitazione strutturale della nostra (almeno per la mia) mente nell’analizzare problemi complessi o nel crearsi una visione globale di problemi particolari legati tra loro.

Userò un esempio per cercare di farvi capire il mio ragionamento, un esempio che mette in risalto l’inadeguatezza della nostra mente nell’affrontare un sistema complesso come la società globale.

Mi sono accorto che la mia mente ragiona per “scomparti separati”, il mondo per la mia individualità si limita talvolta alle mura della stanza in cui mi trovo, può allargarsi a tutto ciò che vedo fuori dalla mia finestra, si può espandere alla città in cui vivo seguendo mentalmente una strada che devo percorrere. Se mi allontano ancora faccio fatica ad avere una visione d’insieme. Parliamo di Italia, mi rendo conto che per me è un concetto astratto, me la immagino per esempio vista dal satellite, o come una cartina vista sul sussidiario delle medie, ma diventa un concetto a parte, slegato dalle dinamiche della mia vita quotidiana. Il concetto si esalta se parliamo di posti molto lontani. Sono stato a Rio De Janeiro qualche mese fa, sono stato in Canada per esempio: ripensando oggi a quei posti li percepisco come “rinchiusi” in una sfera mentale distaccata dalla mia vita, slegati dalla mia esistenza. Eppure, e mi meraviglio ogni volta che ci penso, se guardo verso il sud America, dopo il giardino del mio vicino di casa ci sarà una siepe, poi una strada, poi forse un fiume, una montagna, e un’altra strada e così via e poi ci sarà la strada di Rio in cui ho camminato qualche mese fa. Come posso allora considerarlo un mondo diverso dal mio?

Vengo quindi all’esempio di cui parlavo, il villaggio “Mondo”.

Annullo le distanze e il mondo è tutto concentrato in una piccola cittadina. Nel mio pianerottolo vivono le persone che conosco, negli altri piani del palazzo trovo una famiglia di Napoli, una di Bolzano, un vasto campionario di italiani. Vicino al mio palazzo ci sono altri palazzi, ognuno diverso, quello spagnolo, quello svizzero perfettino, quello tedesco stile impero e così via. Più lontano dal mio quartiere c’è il quartiere russo, poi alla periferia i palazzi dei giapponesi, là in fondo vicino al fiume il quartiere degli australiani e via dicendo. Ora la popolazione mondiale è alla portata della mia ristretta mente e non posso ignorare i problemi che nascono perché toccano anche me. Così ieri un appartamento di un palazzo ucraino è stato occupato da una famiglia russa e ora tra i due palazzi non si può più passare perché si lanciano sassi e bottiglie rotte. Dai quartieri africani poi continuano a venire verso il nostro disperati in cerca di fortuna perché nel loro quartiere la vita è miserabile, tutto cade a pezzi e dove possono trovare aiuto se non nelle nostre strade. Alcuni li vorrebbero far fuori ma io sono passato dalla grossa strada che separa il palazzo italiano dai palazzi africani e si vedono bene le bombe che cadono dai tetti, alcuni bambini muoiono di fame lì sul bordo della strada mentre sul marciapiede opposto turisti tedeschi sorseggiano un caffè in un bar del palazzo siciliano. Non possono non vedere cosa succede dall’altra parte della strada, come possono scandalizzarsi se alcuni cercano di attraversare la strada? Eppure molti fanno così, evitano semplicemente quei quartieri, provano a cancellarli dalla cartina della nostra variegata città. Se nel mio palazzo si vive bene pensano, cosa mi interessa del resto?

L’immagine è oltremodo semplicistica me ne rendo conto, ma mi fa sempre riflettere sulla mia limitatezza, oltre a cercare di avere una sguardo più attento, più ponderato per farmi un’etica sociale più equilibrata e meditata.

Il nostro palazzo ha bisogno di essere restaurato..

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2 comments

  1. ciao! si il nostro palazzo deve essere restaurato, prima di tutto togliendo il muro e il cancello, che in teoria “difende” ma in pratica isola, “chiude fuori” gli altri … anche nel mio quartiere.
    Basta aprire un cancello e alle volte le nostra apertura verso gli altri parte: prima gli amici a cena, poi gente che va e che viene e poi finalmente la voglia di uscire e guardare fuori!

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