Mese: novembre 2014

HERE’S TO YOU MICHAEL BROWN

As the snow flies

On a cold and gray Chicago mornin’

A poor little baby child is born

In the ghetto

And his mama cries

‘cause if there’s one thing that she don’t need

It’s another hungry mouth to feed

In the ghetto

People, don’t you understand

The child needs a helping hand

Or he’ll grow to be an angry young man some day

Take a look at you and me,

Are we too blind to see,

Do we simply turn our heads

And look the other way

Well the world turns

And a hungry little boy with a runny nose

Plays in the street as the cold wind blows

In the ghetto

And his hunger burns

So he starts to roam the streets at night

And he learns how to steal

And he learns how to fight

In the ghetto

Then one night in desperation

A young man breaks away

He buys a gun, steals a car,

Tries to run, but he don’t get far

And his mama cries

As a crowd gathers ‘round an angry young man

Face down on the street with a gun in his hand

In the ghetto

As her young man dies,

On a cold and gray Chicago mornin’,

Another little baby child is born

In the ghetto

. . .   . . .   . . .

Mentre la neve volteggia

Una fredda e grigia mattinata di Chicago

Un povero piccolo bambino nasce

Nel ghetto

E sua madre piange

Perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno

È un’altra bocca da sfamare

Nel ghetto

Gente, non capite

Il bambino ha bisogno di una mano che lo aiuti

O crescerà diventando un uomo affamato, un giorno

Dà uno sguardo a te e a me

Siamo entrambi troppo ciechi per vedere

Davvero, ce ne laviamo le mani

E guardiamo dall’altra parte

Beh il mondo gira

E un piccolo bambino affamato con il nasino che cola

Gioca nella strada mentre il vento preddo soffia

Nel ghetto

E la sua fame cresce

Così comincia a gironzolare per le strade di notte

E impara come si ruba

E impara a fare a botte

Nel ghetto

Poi una notte in preda alla disperazione

Un giovane uomo decide di farla finita

Compra una pistola, ruba una macchina

Cerca di correre, ma non va lontano

E sua mamma piange

Mentre una folla si riunisce attorno ad un giovane uomo arrabbiato

Faccia a terra sulla strada con una pistola puntata alla testa

Nel ghetto

Mentre il suo giovane uomo muore

Una fredda e grigia mattinata di Chicago

Un altro povero piccolo bambino nasce

Nel ghetto

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PERLE LAVORATIVE N°2 – 7 PSICOPATICI (ALLA COOP)

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Un Lunedì mattina come tanti entro alla Coop con il mio seguito di ragazzi, tutti rigorosamente psichiatrici. E’ un’esperienza forte che andrebbe annoverata tra gli sport estremi come il parapendio, la canoa giù per le rapide o il bungee Jumping.

Le raccomandazioni che ho appena finito di seminare nel parcheggio sono rimaste davanti alla porta scorrevole e in pochi attimi di secondo la situazione è questa: T è così spaventato da questo nuovo posto così illuminato e colorato e pieno di gente che mi tira la manica balbettando cose incomprensibili (beh questo è normale per lui), S1 e S2 sono svaniti, puf, scomparsi infrangendo la prima regola (non allontanarsi mai da me). G e C stanno urlando come fossero al mercato del pesce e dalle poche cose che capto discutono di arance e mandarini. L intanto ha già raggiunto il reparto frutta ed è tutto intento a tastare, con le sue mani che grondano pulizia da tutti i pori, tutta la merce esposta. Ne manca uno, ah no, sono io il settimo perché se esco vivo di qua comunque sarò compromesso.

In qualche modo riesco a ricompattare un po’ il gruppo, rassicuro T, pacifico G e C, raggiungo L e gli lego le mani (in senso figurato eh). Scoviamo S1 e S2 che stanno cercando una gabbietta per un pappagallo, ah molto bene, cazziatone di routine e ristabilisco il mio potere! Ora mi seguono come paperotti dietro alla mamma, un bel trenino folkloristico che neanche nei peggiori bar di Caracas.

E’ curioso però leggere nei volti dei poveri spettatori che ci circondano. Il matto è un’entità  molto particolare e la maggior parte delle persone non è abituata ad averci a che fare. Ecco la vecchietta che rimane come pietrificata, come se avesse incontrato il basilisco, una mamma di famiglia ci sorride benevola invece, vorrebbe quasi unirsi alla nostra strana comitiva, due ragazzi sghignazzano, da una parte li compatisco ma dall’altra viene da ridere anche a me. Non ci si pensa spesso ma vivere da bravo cittadino richiede di conoscere un’infinità di regole: non si tocca la frutta, si parla con un tono di voce adeguato, non si va dal primo che passa a toccargli la pancia, non si parla da soli, aspettare in fila in silenzio…ma queste regole non sono scritte da nessuna parte, non ci sono tavole con questi comandamenti. Io però, per esempio, sono molto ligio al mio dovere, so che infrangere queste regole mi metterebbe in imbarazzo e quindi sono sempre ossequioso, preoccupato di sbagliare; i miei ragazzi, invece, non le conoscono, o, se le conoscono, non le venerano come me, e quindi via con le urla, toccare tutto, attacca bottone. E alcuni si scandalizzano, altri sono intimoriti ma altri, come me, li invidiano forse un po’ per questa libertà che non ci concediamo, che abbiamo barattato per questo sistema di galateo che dobbiamo rispettare anche a fare la spesa alla coop.

Alle casse poi grande show finale: l’attesa in fila non è proprio congenita per loro, due minuti di caos totale, i malaugurati vicini vengono preso abbordati e tempestati di domande, ma niente di molesto, vigilo su tutti e mi godo un po’ lo spettacolo. Così facciamo amicizia e anche la cassiera pare divertita da questo diversivo.

Usciamo dal supermercato e all’interno torna la solita routine. Noi invece tutti sullo scudo a 9 posti ad ascoltare Bob Marley..in fondo, non potrei fare nessun’altro mestiere..

Poema – Nichita Stănescu

Poesia in Rete

All’inizio delle sere – Nichita Stănescu

Tu fluttui come un sogno notturno
sopra la mia anima.
Appoggi la tua tempia
sul mio cuore come su una pietra rossa,
e aspetti che ti dica il nome
di tutte le cose
che ho smesso da molto tempo
di dirti.
La mia bocca è nel silenzio più completo,
piegata come la seta di una bandiera
in un giorno senza vento.
Oh, non andare da nessuna parte!
Mi spezzerò il cuore con un solo movimento
della mano,
perché nasca il dolore che conosce
il nome del dolore,
perché nasca il mio amore di uomo
che conosce il tuo nome strano, di donna.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Il diritto al tempo”, 1965, in “La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

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NEL MONDO DEI CONTRARI

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Nel mondo dei contrari è normale. Un cittadino, sì perché prima che tossicodipendente, spacciatore, criminale e morto, Stefano Cucchi era cittadino, è morto mentre era “in custodia” dello stato. Non solo. E’ morto ma nessuno l’ha ucciso!

Nel mondo dei contrari è tollerato anche che un immigrato si butti senza pensarci ad aiutare una turista vittima di uno scippo e la folla invece che applaudire lo minaccia, gli intima di farsi i fatti suoi.

Quanto potremmo andare con gli eventi che accadono nel mondo dei contrari..il problema è quando torniamo nel nostro mondo e i fatti rimangono gli stessi. Senza sfoggiare accuse populiste alla polizia dal manganello facile o pensare agli immigrati come puritani incompresi credo sia necessario fermarsi un secondo a riflettere perchè se lasciamo correre, se non ci indigniamo, se tutto è accettabile con che faccia ci lamenteremo domani dello stato in cui viviamo?

Lo stato che permette a poliziotti di uccidere (uccidere, non lasciar morire) un arrestato, senza neanche stare a sindacare su chi fosse o quale orrendo reato avesse commesso, siamo noi. Sono io che leggo velocemente la notizia in un bar e mi lascia indifferente, è il mio vicino di casa che magari non l’ha neanche sentita intento a guardare pomeriggio 5. Sono i cittadini che minacciano di morte l’immigrato perché tenta di sventare uno scippo.

Uno stato senza morale, senza coscienza. Va bene tutto e il contrario di tutto. Io non mi tiro certo fuori, anche io sono complice e artefice di questa situazione, nessuno se ne può tirare fuori.

Sono solo due esempi, due eccezioni forse. Ma se anche fosse l’unico caso ancora di più lo dobbiamo condannare con forza, urlare ai quattro venti il nostro disaccordo. Se lo accettiamo una volta non c’è più ritorno, la prossima sarà semplicemente la secondo volta e così via, secondo grado di giudizio e tutti assolti, i poliziotto, io e il mio vicino.