.Simon.

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…..così mi ritrovai controvoglia a camminare, come spesso accade, per quelle strade. Anton, del resto, era stato così insistente che pensai fosse doveroso abbandonare il lento vibrare dei miei cupi pensieri per seguirlo e compiere il dovere a cui ogni bravo cittadino è chiamato: fare pubbliche relazioni. Seguivo distrattamente il mio vecchio amico, osservano vetrine, persone e colori già imparati a memoria in eterne passeggiate inconcludenti. Anton era un tipetto più furbo di quanto facesse pensare il suo corpicino minuto. Non era certo bello, e non era neanche quello che si dice un tipo, aveva un sorriso eterno sulla bocca, il sorriso di chi è felice per il semplice fatto di essere in vita. Era un inguaribile ottimista, nonostante avesse forse più motivi di me per avere in odio la vita, viste alcune storie d’infanzia delle quali parlava poco e comunque mai con me.

“Eccolo che arriva” mi disse, e indicava un tipo indistinto in mezzo alla calca.

Eravamo, infatti, usciti di casa per incontrare Stefan, un amico di Anton che però non avevo mai incontrato prima.

Non mi piace conoscere nuove persone, lo considero una tortura al mio spirito. Entrare in contatto con un altro universo dovrebbe richiedere una cerimonia ben più, come dire, mistica. Capita poi che perfetti sconosciuti si spingano a guardarti dritto negli occhi. E a volte non bastano le formule di rito per dileguarsi, rimangono impalati a guardarti, come se si aspettassero un balletto, un salto mortale o una pacca sulla spalla. Cosa posso dire a uno sconosciuto? cosa interessa sapere a uno sconosciuto? Non ci incontreremo mai più, perché mai dovrei parlarti di me? perché mi vuoi parlare di te? Non mi interessa se sei appena tornato da qualche mirabolante posto esotico, e se ti raccontassi che piango ascoltando vecchie canzoni ingiallite cosa penseresti di me?

Questi erano i pensieri che si rincorrevano nella mia mente quando Stefan arrivò davanti a noi.

“Questo è Stefan, ti avevo parlano qualche volta di lui vero?” disse Anton guardandomi con uno sguardo che significava: forza, so che sei a disagio ma sopravviverai anche questa volta.

Mentre giravo lo sguardo sul nuovo arrivato notai però un ghigno malefico sul viso del mio amico che già staccava i suoi occhi dai miei. Era la smorfia di quelli che sanno cosa sta per accadere, si trovano davanti ad una vittima ignara e sono pronti a godersi lo spettacolo.

Non feci in tempo a dire una parola perché questo sconosciuto fece un passo avanti e iniziò a parlare.

“Così tu sei Simòn..” inziò.

“..come già sai io sono Stefan, ma i nomi sono solo nomi, potrei chiamarmi anche Antonio o Leopold ma non cambierebbe niente. Molto più importante è che mi piace Majakovskij e l’estate. Non credo in nessun dio o almeno non ne ho ancora incontrato nessuno. Non per questo vado in giro a fare i dispetti alle vecchiette. Credo che lo stato sia un male necessario ma sono anarchico nel senso che vorrei come unica legge sopra gli uomini il rispetto reciproco e la responsabilità individuale. Che non esista la morale, come non ci sono cose belle o cose brutte, ci sono al massimo cose convenienti o sconvenienti. Diffido da chi mi dice cosa è giusto, cosa devo desiderare. Credo non ci sia vita dopo la morte e che tra cent’anni nessuno si ricorderà che in un momento dell’eternità, di tutto lo spazio infinito, sono nato, ho amato e sofferto su questa terra. Non credo nel destino. Credo che se non ci fosse l’amore la vita non dovrebbe essere vissuta. Che ogni volta che faccio un sacrificio in modo disinteressato rendo il mondo un posto migliore, questo forse è il karma. Credo che nessuno dovrebbe permettersi di giudicare se un uomo ama un altro uomo, è solo invidia. Credo che fino a quando qualcuno comanderà su un altro non ci sarà uguaglianza ma credo anche che non tutti sono fatti per comandare. Credo che siamo più simili agli animali che agli dei. Che la vita sia quasi tutta una sofferenza ma poi capita di trovarsi una sera di Maggio a guardare il tramonto e cent’anni di malinconia sembrano un prezzo giusto per quel momento di beatitudine. Trovo delittuoso che ci siano uomini che non hanno mai ascoltato Mozart. Mi piacciono i temporali, mi piacciono i giardini in primavera. Se non avessimo la musica penso dovremmo ucciderci tutti. A volte mi irrito perché qualcuno parla con un timbro di voce che non mi piace, altre volte sento così intensamente la musica che del mondo che rischio di esplodere. Odio la superficialità. Odio chi nella vita non fa altro che vivere, chi non conosce Asimov, chi non si chiede il perché delle cose, invidio gli artisti che scambiano il tormento con capolavori. Credo sia più facile trovare ricchezza nella sofferenza che nella festa e che ai tempi della guerra ci fossero meno animalisti di oggi. Penso sia impossibile non sbagliare mai e forse è una fortuna. Ho pochi amici ma forse è solo perché li distinguo dai conoscenti. Penso non bastino sette vite per conoscere la metà di una persona e che non esisterà mai nessuno come me in tutti i secoli che verranno. Vorrei essere ricco per un giorno e forse anche povero ma solo per poche ore.”

Solo a questo punto si fermò con l’aria di chi insegue un pensiero sfuggevole.

Passò qualche momento prima che fossi pronto a rispondere.

“Beh, io sono Simon….”

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10 comments

      1. Spero d’averlo scritto giusto. Significa che mi piace. Non so come si dica “assai”. Però mi piace assai 😀

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