Mese: novembre 2015

Del fare l’educatore / Dell’essere un pungiball

 

Io sono fortunato, a lavorare mi diverto. Ma non sempre.

Certe sere torno a casa tutto livido, incassando diretti, montanti, ganci e colpi bassi.

Stamattina, per esempio appena, entrato mi ha guardato, mi ha guardato un attimo solo ma sarebbe bastato anche mezzo attimo, anche la metà di mezzo attimo. Sarebbe stato abbastanza per capire che avrei passato la serata a leccarmi le ferite, a mettere ghiaccio sui lividi e a ricostruire il sorriso per domani.

La parte più difficile di fare l’educatore, che si fa fatica a spiegarla a chi non lo fa, è che è necessario essere sempre all’altezza perché costruire è difficile e richiede tempo, per distruggere, invece, basta un passo falso, una risposta uscita male, uno sguardo mal pensato è il fallimento è assicurato.

Vuole che lavori con lei. Oggi però c’è una collega in laboratorio. Devo fare delle relazioni e preparare dei documenti urgenti in ufficio. Non la prende bene ma fa finta di niente. Almeno inizialmente. Passa tutta la mattina con i preliminari, richiede la mia attenzione in modo sempre più inequivocabile e si capisce che oggi non mollerà alla svelta, è giorno di verifica. Vediamo se passo l’esame anche oggi.

La prima parte del repertorio la conosciamo tutti a memoria. Prova a piangere. Non abbocco. Prova ad essere mielosa. Non abbocco. Si inventa una scusa per venire in ufficio a parlarmi. La ascolto per 5, 10 ,20 minuti senza battere ciglio, il ritratto dell’accoglienza. Poi esce, batte in ritirata ma non è così semplice. Ha avuto la mia attenzione ma ora è al punto di partenza, tornerà presto alla carica.

Pensavo passasse più tempo invece pochi minuti dopo partiamo con le armi pesanti: calcia una sedia e mi guarda dietro il vetro. Continuo a scrivere al pc. Lancia un per terra qualche pastello e mi guarda dietro il vetro. Sento l’operatrice provare tutte le tecniche che conosce per riportare la calma. Continuo a scrivere al pc. Inizia a litigare con un ospite. Minaccia di picchiarlo durante la pausa (non lo farebbe mai ma questo il malcapitato non lo sa poverino). Mi guarda dietro il vetro. Continuo a scrivere al pc. Inizia a dare pugni contro il vetro.

Ci siamo, non posso più far finta di niente.

Qui si gioca tutto, è un passaggio molto delicato.

Le dico di venire in ufficio subito.

Il suo obiettivo è avere la mia attenzione. Il nostro obiettivo è di disinnescare questo attaccamento morboso.

Entra e mi dice: “Non ci voglio parlare con te”

Rispondo: “Ah scusami, pensavo avessi bussato al vetro per dirmi qualcosa. Vai pure allora.”

Sorriso serafico.

Torna a sedersi. Questo round è andato bene.

Sono le 9:30 circa.

La mattina va avanti su questa falsariga. Alle dieci e mezza mi sembra di essere a lavorare da 28 ore consecutive. Suona la campanella della pausa.

Andiamo tutti nella zona relax.

Si avvicina, ne ha pensata una delle sue.

“Prendo il caffè” mi dice.

“Non puoi prendere il caffè lo sai. Il tuo medico te lo ha vietato”

Comportamento tipico: chiede una cosa impossibile per sentirsi dire un NO e potersi arrabbiare.

Scenata da teatro drammatico in mezzo ad altri 25 ospiti.

Non mi ricordo bene come ci arriviamo ma scappa in cortile e rientra con un bel sasso.

“Adesso ti uccido con questo sasso!”

“Va bene ma il caffè non lo prendi comunque”

 

Quanto costa l’autocontrollo.

Potrei urlarle il faccia. Non aspetta altro.

Potrei farla venire a prendere. Non aspetta altro.

Potrei richiamarla in ufficio. Non aspetta altro.

Potrei darle una qualche punizione. Potrebbe tirarmi davvero il sasso.

Potrei farle prendere questo dannato caffè. Perderei ogni credibilità.

È un campo minato.

 

Si ritira negli spogliatoi piagnucolando e pensando alla prossima mossa.

Poco dopo arriva in ufficio con aria di sfida.

“Ho bevuto il caffè anche se non volevi”

“Non ci credo. Sei troppo brava tu.”

Si rilassa. Risposta giusta. Anche oggi me la sono cavata, per fortuna e per istinto.

“Beh comunque non te lo tiravo il sasso” e se ne va contenta.

 

Prima di andare a casa mi fa un disegno di una bambina con tante belle ciliegie intorno e sul retro scrive:

“E. ti voio bene e non ti facio più arabiare.”

Oggi si lavora solo mezza giornata. Andiamo a casa.

 

E stasera sono qui a scrivere quel che è successo, è il ghiaccio sui lividi. Devo essere in perfetta forma perché domani è un altro giorno come dicevano in un famoso film. E domani è probabile che non sia molto diverso da oggi.

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Perelun

Nel bosco, d'inverno

 

Io so

Io so il silenzio

Io so il silenzio che

Io il silenzio

Io il silenzio so che

Sbuffa

Il silenzio e la musica

Il silenzio e la musica e il buio

Il silenzio e la musica e al buio

maestose dominazioni lucenti

In silenzio al buio

E i colori

E i colori e il silenzio

E i colori e la musica in silenzio

Tessono mondi

I colori

Io so