Mese: gennaio 2016

E quanta nostalgia avremo

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Ho il vizio di rileggere spesso gli stessi libri, soprattutto quelli di poesia ma forse non è poi così strano; del resto non è la novità che si cerca ma la sensazione e l’emozione che la segue, e il sentimento che la cristallizza, e la malinconia di perderla.

Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

M.Gualtieri

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Sulla poesia

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Solo negli ultimi anni ho iniziato ad apprezzare pienamente la poesia. Non credo sia un caso, credo, infatti, che parte della magia sia proprio la possibilità di investire con il proprio sé i paesaggi che la poesia stessa offre. Per questo, quindi, mentre avanza l’età si moltiplicano le possibilità di lettura, le sensazioni che scaturiscono dai versi, le immagini evocate dal poeta.

La poesia, come la musica, è assolutamente personale, intima, proprio in virtù del legame privato tra i versi e il lettore che sarà sempre unico e irripetibile. Ci si innamora così di un verso che per altri è banale e indifferente.

La poesia è un romanzo concentrato. Quando si instaura un legame intenso con una poesia che vibra all’unisono con le corde più intime dell’individuo il tempo rallenta e le poche decine di versi possono durare un pomeriggio o un autunno intero.

Al di là delle parole che sono veicoli simbolici, la poesia fornisce un paesaggio emozionale rarefatto in cui riverso il mondo interiore, e lo popolo, lo dipingo, lo rendo caldo o freddo, vi rinchiudo le figure rimosse dai miei pensieri, sublimandole.

Ogni poesia è un tesoro effimero perché appartengono più al mondo delle emozioni che a quello dei sentimenti. Tanto intenso quando malinconico perché, per sua stessa natura, è istantaneo e irrecuperabile, ripetibile forse, ma già mutato.

 

Spoon River

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Ho finito di leggere pochi giorni fa l’antologia di Spoon River che avevo momentaneamente interrotto per impegni universitari.

Premetto che non conoscevo l’autore Edgar Lee Masters e, fino al momento in cui ho trovato il libro sugli scaffali della libreria di fiducia, l’antologia di Spoon River era solo un nome vago di quelli che si sentono ogni tanto…del resto per incontrare Whitman è stato più utile l’attimo fuggente che la scuola dell’obbligo..

E così, grazie alla traduzione di Fernanda Pivano, ho conosciuto Elmer, Dorcas Gustine, Herbet Marshall e Mabel Osborne….e tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

L’umanità è rappresentata dagli epitaffi dedicati ai morti del piccolo paese che costeggia lo Spoon River. In queste istantanee emerge da ogni morto il segreto ultimo della vita abbandonata. C’è chi pur nella tomba odia inesorabilmente l’ospite della bara accanto, chi ha fatto pace con il mondo e con se stesso, chi ha perso l’amore e chi l’ha rubato, chi solo nella morte ha avuto la triste rivincita sulla vita.

Alcuni sono giovani, altri hanno visto un secolo intero ma ora dormono tutti sulla collina e con loro il presente perduto, gli amori e i momenti che hanno reso la loro vita comunque unica, misteriosa e indecifrabile agli occhi del mondo.

Qui giace Herbert Marshall:


 

“Tutto il tuo dolore, Lousie, e il tuo odio per me

nacquero dalla tua illusione, che fosse leggerezza

di spirito e disprezzo dei diritti della tua anima

ciò che mi fece volgere ad Annabella e abbandonarti.

In realtà tu prendesti ad odiarmi per amore mio,

poichè io ero la gioia della tua anima,

formato e temprato

per risolverti la vita, e non volli.

Ma tu eri la mia disgrazia. Se tu fossi stata

la mia gioia, non mi sarei forse attaccato a te?

Questo è il dolore della vita:

che si può essere felici solo in due;

e i nostri cuori rispondono a stelle

che non voglion saperne di noi.”

 

Onore a MacBeth

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“Dai voce al dolore: il dolore che non parla sussurra ad un cuore inzuppato, ordinandoli di rompersi.”

Visto ieri sera il nuovo Macbeth.

Ok..confesso che è appena un po’ più impegnativo di Quo Vado, forse l’ultima visione non è stata la scelta migliore.

Nonostante sentissi dalle file dietro alla mia commenti del tipo “ma che film di merda”, “otto euro buttati nel cesso”, in linea con la critica letta sui giornali, a me è piaciuto moltissimo!

Abbastanza fedele al testo, apprezzatissima la scelta di mantenere i dialoghi poetici anche se ovviamente difficili da seguire e cogliere pienamente. Una fotografia incredibile, il vero punto di forza del film, con paesaggi Scozzesi mozzafiato che ho ancora freschi nella memoria dal mio soggiorno estivo.

Unica pecca non mi ha entusiasmato la Lady, personaggio che pensavo spiccasse di più. Molto soddisfatto, invece, di Macbeth.

“Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Glamis! Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Cawdor! Macbeth, che un giorno sarai re!”

 

Ho paura dell’oblio.

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Ho paura dell’oblio. Trovo terribile che se domani il mondo finisse nessuno rimarrebbe per ricordare che è stato scritto “L’Infinito”, che Simon & Garfunkel hanno suonato “The Sound of Silence” davanti a 10000 persone o forse più, che è esistito Neruda, che il più matto dei miei ragazzi stamattina mi ha sorriso, che milioni di esseri umani sono morti guerreggiando tra loro, che qualcuno si è amato, che qualcuno ha guardato un tramonto, che qualcuno ha dato la vita per salvare un innocente, che qualcuno è morto in modo ingiusto e altri lo piangono in segreto, che sono esistiti i Maya (che anche se li abbiamo ammazzati tutti ancora li ricordiamo), che esiste la poesia che libera l’anima almeno per un istante.

Domani tutto questo non sarebbe neanche inutile perché non sarebbe affatto. Quello che è stato, oggi e quel che sarà. Se è vero che la stessa sorte toccherà qualsiasi cosa. Vuoti i nostri sistemi filosofici, inutile il farsi esplodere per un dio, inutili queste parole che semplicemente non saranno mai esistite.

Aleph

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“Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. [..] La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere ‘ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale.”

J.Borges, L’immortale

EDEN

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Sulla tomba di Eva.

Adamo: Ovunque ella fosse, là era l’EDEN.

Un giorno camminavo per mercatini natalizi e un’amica di dice: vieni qua, regalano libri! Il libro che mi trovai tra le mani era “Il diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain. Breve storia in chiave ironica dell’assoluta distanza tra l’universo maschile e femminile superata dall’ancestrale necessità di avere un legame.

Dal diario di Adamo (primo giorno): Questa nuova creatura dai lunghi capelli comincia a darmi fastidio. Mi è sempre tra i piedi e mi segue dappertutto…oggi è nuvoloso, con vento da est, penso che pioverà, qui da noi…Noi? Dove ho pescato questa parola? Ora ricordo…La usa la nuova creatura.

Dal diario di Eva (sullo stesso giorno): Per tutta settimana l’ho seguito cercando di fare conoscenza. Ho dovuto parlare sempre io perché lui era timido; io però non mi sono data per vinta. Sembrava contento di avermi vicina, e ho usato molto spesso il “noi”, che è così socievole, perché pareva lusingato al vedersi incluso.

E così via fino alle pagine finali di una bellezza disarmante rese ancora più intense con il passaggio dal tono ironico a un pensieroso/malinconico. Avanti così fino alla frase finale, capolavoro assoluto.