Mese: ottobre 2016

D’Argento

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Se tu, un giorno rarefatto,

se io le tue mani rapissi,

se raggi lunari

su baci immaginati,

su notti che di seta

t’avvolgono e sulle forme

che con pallida luce

contemplo e ritraggo

d’argento,

se del tempo trionfante

un solo momento d’eternità.

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Splendente

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Capì fin troppo presto che la solitudine era la più affidabile delle amiche. E non era quel tipo di solitudine che guardiamo con aria compassionevole nell’osservare il bambino che gioca solitario, era la solitudine dalla vita, quel misterioso distacco dal reale, una piccola pausa nell’eterno scorrere. Ritornando da quell’abisso inevitabilmente la compagnia degli uomini gli risultava d’intralcio, come l’amico inopportuno che ti parla sulla melodia di una vecchia canzone quasi dimenticata. Laggiù dal placido abisso rivalutava il mondo, rivalutava la vita effimera, ridimensionava i sentimenti, forze inenarrabili ma così umane, così limitate all’esistenza, alla vita. Così l’amore, così il dolore grane consolatore, legato, saldato a questo corpo terreno.

Inseguiva allora solo la bellezza, la sola tra le virtù eterne consapevole della propria fugacità. Solo questo ricercava, timidamente: il brivido di felicità. Nascosto tra le lettere ingiallite, nei colori in campagna e solo raramente negli uomini. Ah gli uomini, creature imprevedibili che sfuggono, ingannandosi, alle leggi del cosmo. Schiavi di istinto e animalesco desiderio.

Malediva questa sua consapevolezza, la debolezza della carne, la bassezza che riporta al reale i pensieri più astratti. Ma nelle dolci sera guidato da fluide melodie capitava comunque di trovarla, altezzosa, solitudine splendente.