pensieri

Splendente

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Capì fin troppo presto che la solitudine era la più affidabile delle amiche. E non era quel tipo di solitudine che guardiamo con aria compassionevole nell’osservare il bambino che gioca solitario, era la solitudine dalla vita, quel misterioso distacco dal reale, una piccola pausa nell’eterno scorrere. Ritornando da quell’abisso inevitabilmente la compagnia degli uomini gli risultava d’intralcio, come l’amico inopportuno che ti parla sulla melodia di una vecchia canzone quasi dimenticata. Laggiù dal placido abisso rivalutava il mondo, rivalutava la vita effimera, ridimensionava i sentimenti, forze inenarrabili ma così umane, così limitate all’esistenza, alla vita. Così l’amore, così il dolore grane consolatore, legato, saldato a questo corpo terreno.

Inseguiva allora solo la bellezza, la sola tra le virtù eterne consapevole della propria fugacità. Solo questo ricercava, timidamente: il brivido di felicità. Nascosto tra le lettere ingiallite, nei colori in campagna e solo raramente negli uomini. Ah gli uomini, creature imprevedibili che sfuggono, ingannandosi, alle leggi del cosmo. Schiavi di istinto e animalesco desiderio.

Malediva questa sua consapevolezza, la debolezza della carne, la bassezza che riporta al reale i pensieri più astratti. Ma nelle dolci sera guidato da fluide melodie capitava comunque di trovarla, altezzosa, solitudine splendente.

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Finitudine

Mi parlò un giorno dei sui pensieri:

“Una sola parola serve a descrivere la vita degli uomini: finitudine. Moltitudini vissero, sognarono forse, e quelle energie sono oggi fili d’erba e alberi in fiore. Un uomo visse forse mille anni fa, non fu famoso, non fu ricco, e non fu ricordato, mi chiedo se sia veramente esistito quindi. Un’idea mi colpì una volta: tutte le persone che oggi decorano il pianeta passeranno e lasceranno il posto ad altri. Sentii allora la stessa tristezza provata nel terminare un libro. Simili a romanzi sono infatti le nostre vite. Per questo vivere richiede lo stesso coraggio di leggere la prima pagina: ogni romanzo ha una fine.”

Filosofia del taxista argentino

In centro a Buenos Aires prendiamo l’ennesimo taxi. Capisce immediatamente che siamo italiani, guarda caso anche questo uomo smilzo e baffuto ha un nonno italiano, purtroppo non ricordo il cognome.

Ci tiene a fare bella figura e credo abbia fatto la strada più lunga possibile per parlare un po’ con noi. E’ più o meno sempre così, questo però ad un certo punto la spara lì:

“Allora in Italia stanno arrivando molti immigrati?”

“Sì” rispondiamo noi “un po’ in tutta Europa”

Riflette un attimo e poi fa: “Beh, spero gli accogliate bene eh. Noi italiani quando eravamo disperati siamo venuti tutti qui. Non ci sarebbe neanche la città senza di noi.”

Eh già.

Oblivio

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Mi raccontò quel giorno una storia che non apprezzai che dopo molti anni. Mi parlò di una donna che aveva conosciuto durante un viaggio ai tempi dell’università.

“Era una bella donna, i denti bianchi come un foglio ancora da scrivere. Veniva da una qualche paese esotico, di quelli che conosci il nome ma non sapresti indicarlo sul mappamondo. Non credo fosse ricca, era sempre accompagnata dalla vecchia madre che era la metà di lei e aveva la stessa carnagione olivastra. Questa donna vedi, era felice, senza motivo. Un motivo del resto non le serviva perché aveva avuto un dono impareggiabile, o una maledizione forse.”

Mentre parlava aveva gli occhi fissi, se avessi guardato a fondo nei suoi occhi avrei forse potuto vedere quella donna.

“Vedi” riprese, “quella donna un mattino di era svegliata, era un giorno qualsiasi di un paese insignificante, e non ricordava nulla. Non ricordava nulla e non avrebbe ricordato altro. Certo ricordava come si respira, sapeva camminare, viveva insomma ma tutti i suoi ricordi, l’unicità delle sue sensazioni, i sospiri, i sogni d’amore, gioie e dolori l’avevano abbandonata quella notte. Da quel giorno viveva in un eterno presente. Qualsiasi cosa facesse, o la obbligassero a fare veniva dimenticata pochi secondi dopo. Credi che per questa donne fosse importante il giorno della settimana? L’ora? Il cielo e la terra, la vita e la morte? Conosceva un aspetto della libertà che è negata a tutti noi per nostra stessa natura. Non era legata a nessuno, non poteva essere preoccupata per i figli, incolpevolmente dimenticati, o per l’amore perduto. Non versava lacrime nella solitudine della sera per il tempo insondabile, per la vanità del nostro vivere, per l’incertezza del futuro.”
Si fermò, pensieroso. Una nuova intuizione lo aveva colpito; lo osservavo mentre la nutriva, la coltivava e incoraggiava mentre prendeva forma:

“Credi che la vita di quella donna fosse così diversa dalla nostra? Credi che sia stata sfortunata?

Tu che tormenti il tuo animo per una parola di troppo, per una carezza in meno, per un ricordo improvviso, per il semplice vivere, non scambieresti questa tortura per un giorno di Oblio?”

Mi guardava ma pensava egli stesso quale sarebbe stata la sua risposta.

Swoon

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Parlavamo così, del mondo, dei ricordi, della vita e di noi.

“Perché credi siamo condannati a tutto questo? Una sola parola ha il potere di cambiare le giornate, per non parlare dei sentimenti. Non vorresti, in qualche giorno d’estate, mettere a tacere tutto questo? Assaporare il sole senza per forza chiederti perché splende sugli uomini? Quello che ti chiedo è qual è il senso di inseguire questo vento.”

Diceva così e, dicendolo, continuava a inseguire il vento.

“Il sole splenderebbe certo anche senza che io mi chieda il perché. Ma ho l’impressione che questo indagare il suo essere lo renda in parte mio. Non sarà più solo una stella, ammettendo che qualcosa esista oltre il nostro pensiero, ma sarà speciale perché gli occhi assetati del mio spirito hanno incrociato la sua esistenza. E gli uomini non sono poi così diversi dalle stelle. Dare il potere a qualcuno di sconvolgere il tuo essere con una parola è il prezzo da pagare per questo tuo vibrare. Non è allora solo inseguire il vento, è nuotare in un mare sempre in tempesta, ma ogni onda è una sensazione che non tornerà più in tutta l’eternità. Questo è il senso, non puoi godere delle onde senza affrontare il mare, e il mare è instancabile. E tu che mi accompagni in questo mare, come me, vivi delle onde e, insieme, le malediciamo senza poter farne a meno.”

Uroboro

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« Che accadrebbe se un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”?. »

E’ curioso a volte vedere come le cose si incastrino anche senza volerlo. Rileggo i post scritti in quest’anno durato un’eternità. Scorro post vecchi, alcuni interessanti, altri meno, commenti di persone care, foto e ricordi fino ad arrivare al primo post. Ha il titolo che vorrei mettere a quest’ultimo post dell’anno. Lo rileggo con disincanto come appartenesse a una vita fa ma intuendo che è quello che scriverei ancora oggi se iniziassi il mio blog. Ascolto anche la stessa canzone. C’è un tempo per ogni cosa.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Tutto scorre e si insegue e si rincorre e quel che rimane è l’attimo del presente che riassume tutto ed è la sola cosa che esiste. Due obiettivi per l’anno che arriva: “Conosci te stesso” e “Diventa ciò che sei”. Che è poi la stessa cosa. C’è un nuovo anno che inizia e un nuovo tempo che arriva.

“Segui il coniglio bianco”

PERLE LAVORATIVE N°2 – 7 PSICOPATICI (ALLA COOP)

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Un Lunedì mattina come tanti entro alla Coop con il mio seguito di ragazzi, tutti rigorosamente psichiatrici. E’ un’esperienza forte che andrebbe annoverata tra gli sport estremi come il parapendio, la canoa giù per le rapide o il bungee Jumping.

Le raccomandazioni che ho appena finito di seminare nel parcheggio sono rimaste davanti alla porta scorrevole e in pochi attimi di secondo la situazione è questa: T è così spaventato da questo nuovo posto così illuminato e colorato e pieno di gente che mi tira la manica balbettando cose incomprensibili (beh questo è normale per lui), S1 e S2 sono svaniti, puf, scomparsi infrangendo la prima regola (non allontanarsi mai da me). G e C stanno urlando come fossero al mercato del pesce e dalle poche cose che capto discutono di arance e mandarini. L intanto ha già raggiunto il reparto frutta ed è tutto intento a tastare, con le sue mani che grondano pulizia da tutti i pori, tutta la merce esposta. Ne manca uno, ah no, sono io il settimo perché se esco vivo di qua comunque sarò compromesso.

In qualche modo riesco a ricompattare un po’ il gruppo, rassicuro T, pacifico G e C, raggiungo L e gli lego le mani (in senso figurato eh). Scoviamo S1 e S2 che stanno cercando una gabbietta per un pappagallo, ah molto bene, cazziatone di routine e ristabilisco il mio potere! Ora mi seguono come paperotti dietro alla mamma, un bel trenino folkloristico che neanche nei peggiori bar di Caracas.

E’ curioso però leggere nei volti dei poveri spettatori che ci circondano. Il matto è un’entità  molto particolare e la maggior parte delle persone non è abituata ad averci a che fare. Ecco la vecchietta che rimane come pietrificata, come se avesse incontrato il basilisco, una mamma di famiglia ci sorride benevola invece, vorrebbe quasi unirsi alla nostra strana comitiva, due ragazzi sghignazzano, da una parte li compatisco ma dall’altra viene da ridere anche a me. Non ci si pensa spesso ma vivere da bravo cittadino richiede di conoscere un’infinità di regole: non si tocca la frutta, si parla con un tono di voce adeguato, non si va dal primo che passa a toccargli la pancia, non si parla da soli, aspettare in fila in silenzio…ma queste regole non sono scritte da nessuna parte, non ci sono tavole con questi comandamenti. Io però, per esempio, sono molto ligio al mio dovere, so che infrangere queste regole mi metterebbe in imbarazzo e quindi sono sempre ossequioso, preoccupato di sbagliare; i miei ragazzi, invece, non le conoscono, o, se le conoscono, non le venerano come me, e quindi via con le urla, toccare tutto, attacca bottone. E alcuni si scandalizzano, altri sono intimoriti ma altri, come me, li invidiano forse un po’ per questa libertà che non ci concediamo, che abbiamo barattato per questo sistema di galateo che dobbiamo rispettare anche a fare la spesa alla coop.

Alle casse poi grande show finale: l’attesa in fila non è proprio congenita per loro, due minuti di caos totale, i malaugurati vicini vengono preso abbordati e tempestati di domande, ma niente di molesto, vigilo su tutti e mi godo un po’ lo spettacolo. Così facciamo amicizia e anche la cassiera pare divertita da questo diversivo.

Usciamo dal supermercato e all’interno torna la solita routine. Noi invece tutti sullo scudo a 9 posti ad ascoltare Bob Marley..in fondo, non potrei fare nessun’altro mestiere..

ALTRUISMO.RISPETTO.UGUAGLIANZA

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Un paio di settimane fa il professore di pedagogia ha chiesto a bruciapelo 3 parole che fossero importanti per avere una società migliore:

senza pensarci bene ho detto: Altruismo, Rispetto, Uguaglianza.

Mi piacerebbe chiedere a ciascuno di voi cosa avrebbero detto al mio posto ma prima mi sono interrogato sul perché ho scelto proprio queste. A pensarci ce ne sono molte altre che direi ma teniamo queste per il momento, tutte piuttosto legate tra loro:

Altruismo: altruismo che non è buonismo a priori. Oggi fare qualcosa per gli altri, per il prossimo, in modo disinteressato sembra non essere di moda. Il comandamento che dirige la società (almeno quella italiana in cui vivo) sembra essere: “frega il prossimo tuo prima che lui freghi te”. E a ben pensarci questo è un circolo vizioso. Siamo così poco abituati a gesti di puro altruismo che siamo quasi sospettosi se non addirittura infastiditi. Offro un caffè a un amico e mi sento colpevole perché mi sembra di dire implicitamente “la prossima volta offrirai tu”. Un altruismo che per me significa pensare all’altro nelle mie scelte, non per fregarlo ma perché se da una mia scelta possiamo guadagnarci in due, in tre, in mille o tutti benvenga. Perché questo nostro “soggiorno terreno” non sia una gara a eliminazione ma più una cooperativa. Anche perché se io fatico a tenere il passo (e grazie al cielo ho tutti gli strumenti adatti alla battaglia) cosa ne sarà del più debole?

Rispetto: su questo ho molto da lavorare anche io. Il rispetto non inteso come reverenza ossequiosa al Don Corleone di turno. Rispetto per l’individui, rispetto per le scelte, rispetto per le idee, rispetto per le debolezze, per le fragilità. E’ immediato il passaggio logico per cui tale rispetto dev’essere necessariamente vicendevole perché il caro vecchio “porgi l’altra guancia” non mi è mai sembrato molto sensato. Rispetto per la diversità, per l’handicap, per un momento di difficoltà. Rispetto in questo caso è contrario di indifferenza per le sfighe altrui. Rispetto che richiede un minimo sforzo di immedesimazione.

Uguaglianza: inteso come uguaglianza di diritti, come più equa distribuzione del benessere. Perché nessuno dovrebbe essere condannato alla fame, alla povertà, alla povertà anche intellettuale per il semplice motivo di essere nato in una zona del mondo sfortunata. Vita umana che ha dignità a priori, certo poi ognuno deve fare la sua parte eh, nessuno è esente perché la vita non è semplice per nessuno. Possibilità di esprimere ciò che si è, mantenendo sempre ben in mente il rispetto reciproco nominato prima. Uguaglianza che non deve essere incatenare e negare il riconoscimento dei talenti individuali o i meriti di ciascuno che anzi devono essere valorizzati ma non venerati, devono essere traino per l’altro piuttosto che  motivo per costruire muri e lasciare i più sfigati al proprio destino.

Il lupo della steppa II

Travolto da questo libro, era parecchio che non ne trovavo uno così interessante, riporto un’altro passo che trovo meraviglioso:

“E questi uomini la cui vita  è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s’irradia anche su altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d’arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.”

(Hermann Hesse, Il lupo della steppa)

Trovo in questi passi una melodia meravigliosa, una cadenza ipnotica, un momento di sospensione che sovrasta tutto. E poi un nuovo respiro e la vita riprende.

Il lupo della steppa.

“Ecco, come io mi vesto ed esco e vado a trovare il professore e scambio con lui cortesie più o meno finte, in fondo senza volerlo, così fanno e vivono e agiscono per lo più gli uomini ogni giorno e ogni ora, per forza e senza volere, e fanno visite, tengono conversazioni, siedono negli uffici, sempre per forza, macchinalmente, contro la loro volontà, e tutto ciò lo potrebbero fare altrettante macchine o si potrebbe benissimo farne a meno; e tale meccanismo eternamente in moto è quello che impedisce a loro, come a me, di far la critica della propria vita, di riconoscere e sentire la propria stoltezza e superficialità, la propria orrida ambiguità, la propria tristezza e solitudine senza speranza. Oh hanno ragione, gli uomini, di vivere così, di fare i loro giochetti e di correr dietro ai loro fatti importanti invece di opporsi al triste meccanismo e di guardare disperatamente nel vuoto come faccio io che sono fuor di strada.”

Tanta verità in così poche parole. Sempre magnifico Hermann Hesse (da “Il lupo della steppa”)