riflessioni

Splendente

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Capì fin troppo presto che la solitudine era la più affidabile delle amiche. E non era quel tipo di solitudine che guardiamo con aria compassionevole nell’osservare il bambino che gioca solitario, era la solitudine dalla vita, quel misterioso distacco dal reale, una piccola pausa nell’eterno scorrere. Ritornando da quell’abisso inevitabilmente la compagnia degli uomini gli risultava d’intralcio, come l’amico inopportuno che ti parla sulla melodia di una vecchia canzone quasi dimenticata. Laggiù dal placido abisso rivalutava il mondo, rivalutava la vita effimera, ridimensionava i sentimenti, forze inenarrabili ma così umane, così limitate all’esistenza, alla vita. Così l’amore, così il dolore grane consolatore, legato, saldato a questo corpo terreno.

Inseguiva allora solo la bellezza, la sola tra le virtù eterne consapevole della propria fugacità. Solo questo ricercava, timidamente: il brivido di felicità. Nascosto tra le lettere ingiallite, nei colori in campagna e solo raramente negli uomini. Ah gli uomini, creature imprevedibili che sfuggono, ingannandosi, alle leggi del cosmo. Schiavi di istinto e animalesco desiderio.

Malediva questa sua consapevolezza, la debolezza della carne, la bassezza che riporta al reale i pensieri più astratti. Ma nelle dolci sera guidato da fluide melodie capitava comunque di trovarla, altezzosa, solitudine splendente.

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Ho paura dell’oblio.

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Ho paura dell’oblio. Trovo terribile che se domani il mondo finisse nessuno rimarrebbe per ricordare che è stato scritto “L’Infinito”, che Simon & Garfunkel hanno suonato “The Sound of Silence” davanti a 10000 persone o forse più, che è esistito Neruda, che il più matto dei miei ragazzi stamattina mi ha sorriso, che milioni di esseri umani sono morti guerreggiando tra loro, che qualcuno si è amato, che qualcuno ha guardato un tramonto, che qualcuno ha dato la vita per salvare un innocente, che qualcuno è morto in modo ingiusto e altri lo piangono in segreto, che sono esistiti i Maya (che anche se li abbiamo ammazzati tutti ancora li ricordiamo), che esiste la poesia che libera l’anima almeno per un istante.

Domani tutto questo non sarebbe neanche inutile perché non sarebbe affatto. Quello che è stato, oggi e quel che sarà. Se è vero che la stessa sorte toccherà qualsiasi cosa. Vuoti i nostri sistemi filosofici, inutile il farsi esplodere per un dio, inutili queste parole che semplicemente non saranno mai esistite.

Oblivio

oblio

Mi raccontò quel giorno una storia che non apprezzai che dopo molti anni. Mi parlò di una donna che aveva conosciuto durante un viaggio ai tempi dell’università.

“Era una bella donna, i denti bianchi come un foglio ancora da scrivere. Veniva da una qualche paese esotico, di quelli che conosci il nome ma non sapresti indicarlo sul mappamondo. Non credo fosse ricca, era sempre accompagnata dalla vecchia madre che era la metà di lei e aveva la stessa carnagione olivastra. Questa donna vedi, era felice, senza motivo. Un motivo del resto non le serviva perché aveva avuto un dono impareggiabile, o una maledizione forse.”

Mentre parlava aveva gli occhi fissi, se avessi guardato a fondo nei suoi occhi avrei forse potuto vedere quella donna.

“Vedi” riprese, “quella donna un mattino di era svegliata, era un giorno qualsiasi di un paese insignificante, e non ricordava nulla. Non ricordava nulla e non avrebbe ricordato altro. Certo ricordava come si respira, sapeva camminare, viveva insomma ma tutti i suoi ricordi, l’unicità delle sue sensazioni, i sospiri, i sogni d’amore, gioie e dolori l’avevano abbandonata quella notte. Da quel giorno viveva in un eterno presente. Qualsiasi cosa facesse, o la obbligassero a fare veniva dimenticata pochi secondi dopo. Credi che per questa donne fosse importante il giorno della settimana? L’ora? Il cielo e la terra, la vita e la morte? Conosceva un aspetto della libertà che è negata a tutti noi per nostra stessa natura. Non era legata a nessuno, non poteva essere preoccupata per i figli, incolpevolmente dimenticati, o per l’amore perduto. Non versava lacrime nella solitudine della sera per il tempo insondabile, per la vanità del nostro vivere, per l’incertezza del futuro.”
Si fermò, pensieroso. Una nuova intuizione lo aveva colpito; lo osservavo mentre la nutriva, la coltivava e incoraggiava mentre prendeva forma:

“Credi che la vita di quella donna fosse così diversa dalla nostra? Credi che sia stata sfortunata?

Tu che tormenti il tuo animo per una parola di troppo, per una carezza in meno, per un ricordo improvviso, per il semplice vivere, non scambieresti questa tortura per un giorno di Oblio?”

Mi guardava ma pensava egli stesso quale sarebbe stata la sua risposta.

Swoon

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Parlavamo così, del mondo, dei ricordi, della vita e di noi.

“Perché credi siamo condannati a tutto questo? Una sola parola ha il potere di cambiare le giornate, per non parlare dei sentimenti. Non vorresti, in qualche giorno d’estate, mettere a tacere tutto questo? Assaporare il sole senza per forza chiederti perché splende sugli uomini? Quello che ti chiedo è qual è il senso di inseguire questo vento.”

Diceva così e, dicendolo, continuava a inseguire il vento.

“Il sole splenderebbe certo anche senza che io mi chieda il perché. Ma ho l’impressione che questo indagare il suo essere lo renda in parte mio. Non sarà più solo una stella, ammettendo che qualcosa esista oltre il nostro pensiero, ma sarà speciale perché gli occhi assetati del mio spirito hanno incrociato la sua esistenza. E gli uomini non sono poi così diversi dalle stelle. Dare il potere a qualcuno di sconvolgere il tuo essere con una parola è il prezzo da pagare per questo tuo vibrare. Non è allora solo inseguire il vento, è nuotare in un mare sempre in tempesta, ma ogni onda è una sensazione che non tornerà più in tutta l’eternità. Questo è il senso, non puoi godere delle onde senza affrontare il mare, e il mare è instancabile. E tu che mi accompagni in questo mare, come me, vivi delle onde e, insieme, le malediciamo senza poter farne a meno.”

Anìstathai

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[…] Questa è una battaglia, una guerra e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Grazie mille Dalton. Armate di accademici avanzano misurando la poesia. No! Non lo permetteremo. Basta con i J. Evans Prichard. E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Quello sguardo negli occhi di Pitts dice che la letteratura dell’Ottocento non c’entra con le facoltà di economia e di medicina, vero? Può darsi. E lei, Hopkins, è d’accordo con lui e pensa: “Eh, sì, dovremmo semplicemente studiare il professor Prichard, imparare rima e metrica, e preoccuparci di coltivare altre ambizioni.” Ho un segreto da confessarvi, avvicinatevi. Avvicinatevi. Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Citando Walt Whitman, «O me o vita, domande come queste mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v’è di nuovo in tutto questo, o me o vita? Risposta. Che tu sei qui, che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.» Quale sarà il tuo verso?

PERLE LAVORATIVE N°2 – 7 PSICOPATICI (ALLA COOP)

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Un Lunedì mattina come tanti entro alla Coop con il mio seguito di ragazzi, tutti rigorosamente psichiatrici. E’ un’esperienza forte che andrebbe annoverata tra gli sport estremi come il parapendio, la canoa giù per le rapide o il bungee Jumping.

Le raccomandazioni che ho appena finito di seminare nel parcheggio sono rimaste davanti alla porta scorrevole e in pochi attimi di secondo la situazione è questa: T è così spaventato da questo nuovo posto così illuminato e colorato e pieno di gente che mi tira la manica balbettando cose incomprensibili (beh questo è normale per lui), S1 e S2 sono svaniti, puf, scomparsi infrangendo la prima regola (non allontanarsi mai da me). G e C stanno urlando come fossero al mercato del pesce e dalle poche cose che capto discutono di arance e mandarini. L intanto ha già raggiunto il reparto frutta ed è tutto intento a tastare, con le sue mani che grondano pulizia da tutti i pori, tutta la merce esposta. Ne manca uno, ah no, sono io il settimo perché se esco vivo di qua comunque sarò compromesso.

In qualche modo riesco a ricompattare un po’ il gruppo, rassicuro T, pacifico G e C, raggiungo L e gli lego le mani (in senso figurato eh). Scoviamo S1 e S2 che stanno cercando una gabbietta per un pappagallo, ah molto bene, cazziatone di routine e ristabilisco il mio potere! Ora mi seguono come paperotti dietro alla mamma, un bel trenino folkloristico che neanche nei peggiori bar di Caracas.

E’ curioso però leggere nei volti dei poveri spettatori che ci circondano. Il matto è un’entità  molto particolare e la maggior parte delle persone non è abituata ad averci a che fare. Ecco la vecchietta che rimane come pietrificata, come se avesse incontrato il basilisco, una mamma di famiglia ci sorride benevola invece, vorrebbe quasi unirsi alla nostra strana comitiva, due ragazzi sghignazzano, da una parte li compatisco ma dall’altra viene da ridere anche a me. Non ci si pensa spesso ma vivere da bravo cittadino richiede di conoscere un’infinità di regole: non si tocca la frutta, si parla con un tono di voce adeguato, non si va dal primo che passa a toccargli la pancia, non si parla da soli, aspettare in fila in silenzio…ma queste regole non sono scritte da nessuna parte, non ci sono tavole con questi comandamenti. Io però, per esempio, sono molto ligio al mio dovere, so che infrangere queste regole mi metterebbe in imbarazzo e quindi sono sempre ossequioso, preoccupato di sbagliare; i miei ragazzi, invece, non le conoscono, o, se le conoscono, non le venerano come me, e quindi via con le urla, toccare tutto, attacca bottone. E alcuni si scandalizzano, altri sono intimoriti ma altri, come me, li invidiano forse un po’ per questa libertà che non ci concediamo, che abbiamo barattato per questo sistema di galateo che dobbiamo rispettare anche a fare la spesa alla coop.

Alle casse poi grande show finale: l’attesa in fila non è proprio congenita per loro, due minuti di caos totale, i malaugurati vicini vengono preso abbordati e tempestati di domande, ma niente di molesto, vigilo su tutti e mi godo un po’ lo spettacolo. Così facciamo amicizia e anche la cassiera pare divertita da questo diversivo.

Usciamo dal supermercato e all’interno torna la solita routine. Noi invece tutti sullo scudo a 9 posti ad ascoltare Bob Marley..in fondo, non potrei fare nessun’altro mestiere..

ALTRUISMO.RISPETTO.UGUAGLIANZA

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Un paio di settimane fa il professore di pedagogia ha chiesto a bruciapelo 3 parole che fossero importanti per avere una società migliore:

senza pensarci bene ho detto: Altruismo, Rispetto, Uguaglianza.

Mi piacerebbe chiedere a ciascuno di voi cosa avrebbero detto al mio posto ma prima mi sono interrogato sul perché ho scelto proprio queste. A pensarci ce ne sono molte altre che direi ma teniamo queste per il momento, tutte piuttosto legate tra loro:

Altruismo: altruismo che non è buonismo a priori. Oggi fare qualcosa per gli altri, per il prossimo, in modo disinteressato sembra non essere di moda. Il comandamento che dirige la società (almeno quella italiana in cui vivo) sembra essere: “frega il prossimo tuo prima che lui freghi te”. E a ben pensarci questo è un circolo vizioso. Siamo così poco abituati a gesti di puro altruismo che siamo quasi sospettosi se non addirittura infastiditi. Offro un caffè a un amico e mi sento colpevole perché mi sembra di dire implicitamente “la prossima volta offrirai tu”. Un altruismo che per me significa pensare all’altro nelle mie scelte, non per fregarlo ma perché se da una mia scelta possiamo guadagnarci in due, in tre, in mille o tutti benvenga. Perché questo nostro “soggiorno terreno” non sia una gara a eliminazione ma più una cooperativa. Anche perché se io fatico a tenere il passo (e grazie al cielo ho tutti gli strumenti adatti alla battaglia) cosa ne sarà del più debole?

Rispetto: su questo ho molto da lavorare anche io. Il rispetto non inteso come reverenza ossequiosa al Don Corleone di turno. Rispetto per l’individui, rispetto per le scelte, rispetto per le idee, rispetto per le debolezze, per le fragilità. E’ immediato il passaggio logico per cui tale rispetto dev’essere necessariamente vicendevole perché il caro vecchio “porgi l’altra guancia” non mi è mai sembrato molto sensato. Rispetto per la diversità, per l’handicap, per un momento di difficoltà. Rispetto in questo caso è contrario di indifferenza per le sfighe altrui. Rispetto che richiede un minimo sforzo di immedesimazione.

Uguaglianza: inteso come uguaglianza di diritti, come più equa distribuzione del benessere. Perché nessuno dovrebbe essere condannato alla fame, alla povertà, alla povertà anche intellettuale per il semplice motivo di essere nato in una zona del mondo sfortunata. Vita umana che ha dignità a priori, certo poi ognuno deve fare la sua parte eh, nessuno è esente perché la vita non è semplice per nessuno. Possibilità di esprimere ciò che si è, mantenendo sempre ben in mente il rispetto reciproco nominato prima. Uguaglianza che non deve essere incatenare e negare il riconoscimento dei talenti individuali o i meriti di ciascuno che anzi devono essere valorizzati ma non venerati, devono essere traino per l’altro piuttosto che  motivo per costruire muri e lasciare i più sfigati al proprio destino.

Su chi legge poesie

Tutte le volte che inizio a leggere una poesia, che sia su un libro o su un blog o chissà dove, dopo alcune righe ho già inconsciamente deciso se mi piace o meno. Tuttavia non lascio mai la lettura a metà (e faccio fatica anche con i libri) perché ho come la sensazione che l’autore sia davanti a me con il cuore aperto che distilla i suoi segreti e le sue profonde emozioni, non potrei girarmi dall’altra parte e andarmene per i fatti miei mentre si confida con me.

“La notte, amata, ormeggia il tuo cuore al mio
e che essi nel sonno sconfiggano le tenebre
come un doppio tamburo che combatte nel bosco
contro il muro spesso delle foglie bagnate.

Notturna traversata, brace nera del sogno
che intercetta il filo delle uve terrestri
con la puntualità di un treno sfrenato
che ombra e pietre fredde travolga senza cessare.

Per questo, amore, ormeggiami al movimento puro,
alla tenacità che nel tuo petto batte
con le ali di un cigno sommerso,

perché alle domande stellate del cielo
risponda il nostro sogno con una sola chiave,
con una sola porta chiusa dall’ombra.”

P.Neruda

Sui poveri orsacchiotti indifesi

Sopporto a fatica gli animalisti. Detto questo, e gli animalisti smetteranno di leggere al primo punto passando direttamente agli insulti e ad accusarmi di essere una brutta persona dal cuore di pietra, esplicherò meglio il mio punto di vista.

Partiamo dall’ultimo episodio di cronaca: l’uccisione accidentale dell’orso Daniza o come si chiama.

Per quanto mi dispiaccia per l’orso morto gratuitamente faccio la prima puntualizzazione. Non è stato ucciso da cacciatori per puro divertimento, è stato un incidente, forse un dosaggio sbagliato nell’anestetico. Ora il carnefice, il boia, l’assasino, giuda iscariota, non è altro che un funzionario o una guardia forestale, non lo so e non perderò altro tempo a controllare. Può essere in un paese normale che il fatto più importante della giornata sia la morte di sto orso puccioso?

Io rimango basito da queste reazioni. Politici che su Twitter si lanciano all’attaco chiedendo vendetta per il povero orso, dimissioni subito del presidente della regione. Come se il presidente della regione fosse poi coinvolto in questo genocidio di orsi. Dico io, con tutti i motivi validi per accusare politii e amministratore che ogni giorni rubano a destra e a manca, intascano mazzette, fanno i propri interessi alle nostre spalle, l’unico elemento che muove la nostra indignazione è la morte di un orso?

Pochi giorni fa tre suore sono morte sono morte dopo essere state abusate sessualmente in Burundi e non ho visto metà dl clamore mediatico.

Non ho facebook grazie al cielo ma ho visto persone scagliarsi con cattiveria notevole contro i colpevoli dell’orsicidio. Le stesse persone contente quando affonda un barcone nel canale di Sicilia, le stesse persone che schifano i mendicanti colpevoli di essere poveri e di importunare la loro vista, le stesse persone che hanno magari il vicino che muore di fame e neanche se ne accorgono.

Io lavoro nella Cooperazione da anni, non sono un sant’uomo ma vedo la sofferenza tutti i giorni, solo nell’ultimo anno lavorando nei centri per l’impiego non so quante persone ho colloquiato disperate, senza lavoro, senza i soldi per mandare i figli in gita.

Allora venite a vedere le lacrime di quel genitore che colmo di vergogna ti racconta di aver dovuto raccontare bugie al figlio perché non poteva permettersi di compre la torta di compleanno; venite a vedere cosa vuol dire avere i carabinieri che ti suonano la porta per lo sfratto; andate in fila alla mensa della Caritas nascondendovi con un cappuccio per la vergogna. Vedrete che per il povero orso vi dispiacerà certamente, come dispiace a me, ma i problemi sono altri in questo mondo schifoso.

E non voglio giudicale la sensibilità animalista che sicuramente è mossa da validi e profondi sentimenti.

Finché un bambino morirà di fame, finché una donna sarà costretta a battere le strade, finché un disabile sarà costretto a vivere con una pensione di 280 Euro al mese mi dispiace ma non mi strapperò i capelli per l’orso Daniza.

Il lupo della steppa II

Travolto da questo libro, era parecchio che non ne trovavo uno così interessante, riporto un’altro passo che trovo meraviglioso:

“E questi uomini la cui vita  è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s’irradia anche su altri e li affascina. Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d’arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.”

(Hermann Hesse, Il lupo della steppa)

Trovo in questi passi una melodia meravigliosa, una cadenza ipnotica, un momento di sospensione che sovrasta tutto. E poi un nuovo respiro e la vita riprende.