Giungono splendenti

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Giungono splendenti

messaggeri candidi nell’oscura notte

Cortei di melodie colorate

si infrangono e si ritirano

come onde

come onde

Riconosco gli antichi fiati

e il germoglio che si fa strada,

orgoglioso, superando questo lungo inverno

Vibrazioni cosmiche e terremoti

e questa luce eterna

e tu che dipingi l’aurora

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Alle giornate ventose

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Alle giornate ventose

che spazzano i pensieri io penso,

all’ossigeno che riempie i respiri,

al cielo luminoso e al suo imbrunire.

All’eterno e al suo gemello infinito,

al non poterli toccare

come i ricordi

che hanno contorni indefiniti

e al domani che albeggia.

A tutto questo io penso,

all’uomo e al suo incanto

e alla vita che fluida scorre.

Così morì quel giorno il vecchio

Anziano

Così morì quel giorno il vecchio, seduto su una sedia impagliata rovinata dai tarli, nel cortile baciato dal sole. Morì così ma il suo corpo continuò a viaggiare nel cosmo, trasportato su quella malinconica sedia da questo nostro pezzo di roccia che chiamiamo Terra, a velocità siderale, tra le stelle e il vuoto. Rimase così su quella sedia abbandonato dal suo stesso spirito, abbandonato dai ricordi e dal domani. Avremmo potuto vederli, i suoi ricordi: se ne andarono in sciami di immagini che non furono più nulla perché erano il vecchio stesso. Chi era del resto quel vecchio se non quella moltitudine? Non la vedete scorrere? Deve essere sua madre, ha i colori sbiaditi ma ha il viso dell’amore mentre lo chiama ancora bambino. È il primo bacio che non sa bene cosa sia ma gli fa scoppiare il petto e la vita tra le mani. Le lacrime e i figli tra le braccia; il fiore calpestato e la fatica sotto il sole.

 

Intuizione

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Disse di aver avuto il suo momento d’intuizione un noioso pomeriggio di qualche anno prima; era uno di quei pomeriggi inutili, di quelli in cui l’inerzia ti trascina per le stanze umide senza un vero programma. Era uno di quei pomeriggi in cui capita di poter addirittura permettersi di non fare niente, di liberare il flusso dei pensieri e trovarsi incantati dopo alcuni minuti di viaggio ingiallito nelle terre dei ricordi.

Si ricordò quel giorno di un passo di Milan Kundera che parlava dell’immortalità; per qualche oscuro collegamento sinaptico un’idea, che per un attimo aveva accarezzato la sua mente, aveva fatto emergere dall’abisso quel ricordo. Solo quel pomeriggio però capì effettivamente quelle parole che erano rimaste fino a quel pomeriggio di tarda primavera solo un sfondo di scena, un colore indistinto con cui dipingere i pensieri, poco più di un’emozione o di un profumo.

Quel giorno anche quell’ultima idea, definitiva, ebbe la sua forma, un’ombra tutta sua e un nome. Le cose, pensava, non esistono se non le si può chiamare così come non si può pensare a una cosa che non esiste.

Ancora non si spiegava come potesse accadere che, in un attimo, tutto sembrasse così chiaro e semplice ma questo è il senso ultimo dell’intuizione. Non è questione di intelligenza, è questione di condizione. Per questo i grandi pensatori cercano incessantemente esperienze che forniscano le giuste condizioni per far fiorire queste gemme. A volte sono oppiacei, sono viaggi intorno al mondo, sperimentazioni sessuali o droghe mescaline, altre volte basta un ricordo d’infanzia o un pomeriggio qualsiasi di Settembre.

Quel pomeriggio capì l’unica cosa che conta davvero. Niente è eterno. Questo segnò per sempre la sua vita perché da quel momento non gli fu più possibile ignorare quel pensiero. Solo i bambini e i pazzi hanno la fortuna di non dover rendere conto a questo giudice impietoso. Si erge sugli uomini e dissolve le loro vite ricordando che non c’è giorno senza tramonto. Ecco le frontiere invalicabili, gli alti cancelli che racchiudono tutti i nati su questa terra. Solo i pensieri sono liberi e viaggiano anche oltre quelle mura, esplorano l’impossibile e ritornano agli uomini portando in dono scintille d’immortalità.

Quel giorno finalmente vide ben delineati i confini di quel giardino la cui stessa presenza cambiò per sempre il valore di ogni fiore del campo.

Ai sognatori

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“Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico. […] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti […] C’è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata […] E c’è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori. Ad esempio Franz.”

                                                                                            M.Kundera

Es muss sein

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Tutti noi consideriamo impensabile che l’amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso; riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere; che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita. Ci sembra che Beethoven , in persona, torvo e scapigliato, suoni al nostro grande amore il suo “Es muss sein!”

Tomàs ripensava ora a quell’osservazione di Tereza sull’amico Z., e constatò che dalla storia d’amore della sua vita non risuonava nessun “Es muss sein!”, bensì un “Es Könnte auch anders sein”: poteva benissimo essere altrimenti.

                                                                                        (M. Kundera)